
Canoce alla busara
Cicale di mare saltate in un intingolo di pomodoro, aglio e vino bianco, alla maniera "busara" tipica dell'alto Adriatico.
Ingredienti
- cicale di mare (canoce)800 g
- aglio3 spicchio
- pomodori pelati200 g
- vino bianco100 ml
- olio extravergine4 cucchiaio
- peperoncino
Da sapere
- Per capire se il pesce è cotto, infila uno stecchino vicino alla lisca centrale: deve entrare senza resistenza.
- Sala il pesce solo poco prima di cuocerlo: se lo fai troppo presto, il sale richiama i liquidi e la carne risulta più asciutta.
Preparazione
- Le canoce vanno pulite con attenzione perché hanno spine laterali taglienti: taglia con le forbici i bordi lungo tutta la lunghezza, poi incidi il carapace sul dorso senza staccarlo. Così a tavola si aprono con le mani.
- Rosola l'aglio schiacciato nell'olio a fiamma bassa in un tegame largo e toglilo appena colora, oppure lascialo se ti piace ritrovarlo.
- Alza la fiamma e unisci le canoce intere in un solo strato. Falle andare due minuti per lato: il carapace passa dal grigio all'arancione, ed è quello il segnale.
- Sfuma con il vino bianco e lascia evaporare completamente a fiamma alta, un paio di minuti. Se il vino non evapora del tutto il sugo resta acido.
- Aggiungi i pomodori pelati spezzettati e il peperoncino, abbassa la fiamma e copri. Non serve acqua: le canoce ne rilasciano parecchia.
- Cuoci dodici o quindici minuti finché il sugo si restringe e diventa lucido. Servi nel tegame, con pane tostato e un tovagliolo grande a testa: la busara si mangia con le mani, ed è parte del piatto.
Stagionalità
Abbinamenti vino
Il racconto
La busara è il tegame di terracotta basso e largo che i pescatori dell'alto Adriatico tenevano a bordo, e per estensione il modo di cucinare che quel recipiente imponeva: pochi ingredienti, fuoco vivace, tutto insieme.
Le canocchie — canoce in dialetto — erano considerate pescato povero. Difficili da sgusciare, con poca polpa, finivano sulle tavole dei pescatori più che su quelle dei mercati. Proprio questa scarsa considerazione le ha salvate dalla sofisticazione: la ricetta è rimasta essenzialmente quella di due secoli fa.
Il periodo giusto è l'inverno, quando le femmine portano il corallo. È quella parte arancione e cremosa a legare il sugo, e senza di essa il piatto perde metà del suo carattere. I pescatori lo riconoscono al tatto, premendo il ventre del crostaceo.
Si mangia con le mani, rompendo il guscio con i denti o con le forbici. In Friuli nessuno pretende eleganza a tavola davanti a un piatto di canoce: il tovagliolo grande e il pane per la scarpetta sono parte della ricetta.